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DiElena Maria Atzori

Miele: oro per la nostra salute

Il miele è un prodotto naturale magnifico, l’alimento più adorato dal famoso orsacchiotto Winnie the Pooh, amato da grandi e piccini.

Questo meraviglioso nettare, considerato uno dei più antichi alimenti dell’umanità per millenni ha rappresentato l’unico alimento zuccherino concentrato disponibile. È un alimento che non necessita di conservanti ed è immediatamente assimilato dall’organismo umano.

La preziosità di questa sostanza zuccherina prodotta dall’Apis Mellifera non è ceramente una scoperta recente, anzi, è databile a circa 10.000 anni fa. In passato il miele era molto utilizzato in medicina per curare disturbi digestivi e per creare unguenti da applicare sulle ferite e sulle piaghe. Gli Egizi apprezzavano così tanto il miele da depositarlo nelle tombe dei faraoni in vasi ermeticamente chiusi, tant’è che quando sono stati aperti, più di 4.000 anni dopo, il miele si era perfettamente conservato e non aveva perso le sue proprietà organolettiche.  Il popolo romano utilizzava il miele come conservante alimentaredolcificante e per la preparazione di bevande alcoliche l’idromele. Nella medicina ayurvedica il miele è utilizzato per la sua azione purificante, afrodisiaca, dissetante, vermifuga, antitossica, regolatrice, refrigerante, stomachica, cosmetica, tonica, leggermente ipnotica e cicatrizzante.

I pregiati componenti nutritivi del miele

Il 70-80% della composizione del miele è rappresentata dagli zuccheri, in particolare da fruttosioglucosio. Il primo è lo zucchero il componente principale con un potere dolcificante superiore allo zucchero raffinato ed è un’ottima fonte di energia per l’organismo (anche se non bisogna esagerare!). Circa il restante 20% del miele è composto da acqua e tra lo 0,1 e l’1% da acidi organici importanti per il corretto funzionamento di molte funzioni fisiologiche e minerali(potassio, zolfo, sodio, calcio, fosforo, magnesio, silicio, ferro, rame e manganese, responsabili anche della colorazione del miele). In genere i mieli scuri sono più ricchi di sali minerali, mentre quelli chiari ne sono poveri. Nel miele troviamo anche piccole quantità di vitamine (alcune vitamine del gruppo B, vitamina C, D e E).

Caratteristiche che fanno la differenza

L’elenco non finisce qui: il miele ha la fama di essere un prodotto dalla lunghissima conservazionegrazie alla presenza di sostanze battericide (acido formico) e antibiotiche (germicidina). Ovviamente, affinché si conservi perfettamente necessita di qualche attenzione in quanto sono possibili alterazioni dovute a umidità, luce, calore.La temperatura influenza l’aroma e i principi nutritivi, quindi è meglio conservarlo al fresco(a temperature inferiori ai 20 °C) e tenerlo in recipienti scuri o al chiuso, lontano dalla luce diretta. Inoltre il miele è igroscopico, ossia assorbe l’umidità e gli odori dell’ambiente, ed è per questo che i contenitori dove viene conservato dovrebbero essere a chiusura ermetica.

Il colore dipende dalla presenza di pigmenti vegetali e varia in base alla specie botanica da cui deriva il nettare. Tra le sostanze “coloranti” ci sono carotenoidi, xantofille, flavonoidi, antociani mentre l’aroma del miele è dovuto a sostanze volatili come alcoli, aldeidi, chetoni, esteri, eteri e altre ancora.

Miele e salute dei più piccoli

I pediatri suggeriscono di non somministrare il miele ai bambini al di sotto dei 12 mesi di età per il rischio, anche se raro, di contaminazione da botulino. Infatti nel miele grezzo non pastorizzato possono essere presenti le spore del Clostridium Botulinum la cui tossina è responsabile di gravi danni neurologici fino all’insufficienza respiratoria.

Dopo il primo anno, però, il miele viene in soccorso nel trattamento della tosse, e può essere usato nel controllo della tosse notturna e nei disturbi del sonno a essa associati. D’altronde tutte le nonne ci insegnano che, per alleviare tosse e mal di gola, non c’è niente di meglio di una tazza di bevanda calda con un cucchiaino di miele. Rimedio fondato, grazie all’azione battericida del perossido di idrogeno presente in piccola parte nel miele.

Ma attenti a non generalizzare perché non tutti i mieli sono uguali e, per esempio, esistono mieli con una maggiore capacità antibatterica/disinfettante di altri. Il miele di Manuka, derivante da certe specie di Leptospermum presenti in Nuova Zelanda e Australia, e conosciute rispettivamente come Manuka e Mirto australiano, ha un’attività antibatterica che sembra derivare da un componente chiamato metilgliossale.

Effetti benefici per tutti

Va menzionato l’effetto benefico del miele su alcune ferite come ulcere gastriche, ulcere ai piedi di origine diabetica, ustioni e piaghe. Il miele è in grado inoltre di creare un ambiente umido adatto alla guarigione senza promuovere la proliferazione batterica.

Il miele è inoltre un ottimo coadiuvante nei casi di stipsi in quanto la forte concentrazione di fruttosio ha un blando potere lassativo. In particolare, il fruttosio ha un’azione osmotica provocando un afflusso di acqua nell’intestino che facilita l’evacuazione delle feci.

Complici la sua azione antinfiammatoria e antibatterica, il miele può essere utilizzato anche percontrastare la comparsa di brufoli e acne. Lo sa bene la casa cosmetica Nuxe che del miele ne sfrutta tutte le sue proprietà per detergenti, scrub e gommage ideali per eliminare le cellule morte.

Ma, nonostante le evidenti proprietà salutari del miele, non dimentichiamo che è un alimento e non un farmaco multifunzionale! Ben venga quindi l’utilizzo del miele in famiglia, via libera alla fantasia di mamma e papà per utilizzarlo come sostituto dello zucchero bianco raffinato in frullati, dolci e biscotti fatti in casa, ma la regola del buon senso resta sempre la padrona.

Dott.sa Elena Maria Atzori

DiElena Maria Atzori

Il diabete e lo zucchero

In caso di diabete contenere il consumo di zuccheri è fondamentale. Vediamo con cosa sostituirlo…

Il diabete è un disturbo molto più diffuso di quanto si pensi. In Italia più di 3 milioni di persone sono affette da diabete di tipo 2 mentre sembra che 1 milione di persone soffra di diabete senza avere una diagnosi. Inoltre è stato calcolato che 2,6 milioni di persone abbiano difficoltà a mantenere la glicemia nella norma, una condizione che può preludere allo sviluppo della malattia.
Con questi dati alla mano è ovvio che sia importante contenere il consumo di zuccheri e, laddove possibile, sostituire il classico zucchero bianco(costituito da saccarosio) con altre sostanze naturali.

Con cosa sostituiamo lo zucchero?

Le sostanze naturali che possono essere sostituite allo zucchero sono diverse. Tuttavia non è detto che certi alimenti o edulcoranti possano essere usati senza controllo. Il miele, ad esempio, è spesso usato in alternativa allo zucchero ma è bene ricordare che il carico glicemico delle due sostanze è simile. Il fruttosio, zucchero naturalmente presente nella frutta ed altri alimenti, è spesso usato come dolcificante ma anche in questo caso il dosaggio deve essere basso per evitare che abbia gli stessi effetti dello zucchero tradizionale. Altre sostanze a basso indice glicemico, ma che vanno comunque consumate con estrema moderazione sono: lo zucchero di canna, il succo d’agave e il succo d’uva.
Invece le sostanze che sono più indicate (ma che vanno comunque assunte dopo aver consultato il medico) a causa del loro basso indice glicemico sono:

– la saccarina: ha un potere edulcorante superiore di 300-500 volte rispetto a quello del saccarosio. Il nostro organismo non metabolizza la saccarina e, di conseguenza, è un dolcificante privo di calorie. Gli studi hanno dimostrato che non provoca carie ed è stabile alle alte temperature, di conseguenza può essere utilizzato anche negli alimenti che richiedono la cottura in forno. A differenza di altri dolcificanti, ha un retrogusto amaro che può rappresentare un fattore limitante per il consumo.

– l’aspartame: dolcificante artificiale più noto, con un potere edulcorante 180 volte superiore al saccarosio. Considerato l’elevato potere dolcificante bastano bassissime dosi e di conseguenza l’apporto calorico è pressocchè nullo. L’ FDA (Food and Drug Administration) ha classificato l’aspartame come sostanza sicura, e anche l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha dato parere favorevole, ciò nonostante la comunità scientifica è molto divisa in merito e non sono pochi gli studi discordanti sugli effetti sulla salute di questo dolcificante. Ad oggi l’uso di aspartame è controindicato nei pazienti con Fenilchetonuria, una malattia metabolica ereditaria potenzialmente grave.

– il ciclamato: a differenza di altri dolcificanti come ad esempio la saccarina, non presenta alcun retrogusto se non a
dosi particolarmente elevate. Il potere dolcificante è circa 30 volte quello del saccarosio. Può essere utilizzato anche in cottura e la dose giornaliera massima è fissata a 7 mg/kg di peso corporeo. In Italia è commercializzato sia sotto forme di compresse che in soluzione acquosa. Si sconsiglia l’utilizzo di ciclamato nelle persone che stanno seguendo dei regimi iposodici.

– il sucralosio: dolcificante artificiale con un potere edulcorante di ben 600 volte superiore rispetto a quello del saccarosio. Anche se alcuni studi hanno evidenziato delle possibili ripercussioni negative sulla salute (alterazione della secrezione ormonale, riduzione dei batteri buoni nell’intestino e un abbassamento dell’effetto terapeutico dei farmaci), secondo l’EFSA il sucralosio è sicuro e secondo l’ente, i dati disponibili non supportano le conclusioni degli autori. D’altro canto, la sicurezza del sucralosio è stata dimostrata da un gran numero di ricerche.

– la stevia: sostanza di cui sentiamo parlare sempre più spesso, ma che cos’è? Stevia è il nome comune con cui viene indicato l’estratto di una pianta, la Stevia rebaudiana, diffusa in particolare in Sud America e Asia. Si tratta di un dolcificante naturale e non calorico, molto più dolce dello zucchero. L’estratto in polvere delle foglie è il prodotto più facilmente reperibile e si trova in erboristeria, farmacia e supermercato. Avendo potere calorico e indice glicemico nullo, la stevia può essere introdotta nell’alimentazione del paziente diabetico perché, diversamente dal saccarosio, la sua assunzione non determina la comparsa di picchi glicemici.

 

Dott.ssa Elena Atzori

 

 

DiElena Maria Atzori

Alimentazione: una cura essenziale per il diabete

Scopriamo l’importanza di un’alimentazione sana e di uno stile di vita corretto per trattare in maniera efficace il diabete.

Prima di parlare dei rimedi naturali che possono aiutare nel trattamento del diabete occorre specificare e sottolineare che questa è una malattia grave che, come tale, dev’essere trattata in maniera efficace con un’adeguata terapia farmacologica e con uno stile di vita corretto.

Un alimentazione eccessiva e squilibrata rispetto alle effettive necessità determina un aumentato fabisogno di insulina, costringento il pancreas a produrre maggiori quantita di questo ormone che a volte può risultare insufficente portando cosi all’insorgenza della patologia. E’ dunque evidente che una corretta alimentazione e un sano stile di vita rappresentano la cura essenziale per il paziente diabetico. Infatti una dieta sana e controllata aiuta a tenere monitorati i livelli di glucosio, grazie ad un corretto apporto alimentare di nutrienti necessari alla salute.

In particolare la dieta del diabetico, e più in generale per un corretto regime di prevenzione, ha due priorità. La prima riguarda la riduzione dell’assunzione di zucchero semplice, a rapido assorbimento, come saccarosio e glucosio, a favore di zuccheri complessi a lento assorbimento come gli amidi. La seconda è rappresentata  dalla regolarità, ossia mantenere in equilibrio l’assunzione di questi due zuccheri al fine di evitare  accumuli improvvisi e conseguenti sollecitazioni per l’organismo chiamato allo smistamento del surplus nutritivo.

In una dieta a lungo periodo, per prevenire e controllare i sintomi, l’attenzione deve essere focalizzata sulla qualità dei nutrienti e la presenza di fibre, vitamine e sali minerali. Si tratta quindi integrare la dieta con alimenti naturali che sostengono nel momento di maggior sforzo e contribuiscono all’equilibrio necessario per l’organismo. In questo senso i cibi che aiutano l’organismo sono le verdure a foglia verde (es. cavoli, lattuga, spinaci) e i semi (lino, zucca, girasole, chia, sesamo, canapa) che oltre a mantenere stabili i livelli di glucosio sono anche fonti preziose di proteine e sali minerali come il magnesio, il ferro e il cromo. Le fibre invece le troviamo nei cereali intetegrali come l’avena, la quinoa, il miglio e l’amaranto  e anche in alcune alghe come le kelp e la spirulina. Inoltre si ritiene che possano avere effetto ipoglicemizzante anche spezie come la cannella, il coriandolo, il pepe nero, la curcuma e l’origano. Infine una piccola menzione va dedicata alla momordica (Solgar Fito-Glucose FactorEsi NoGlic), frutto noto anche come “zucca amara”, le cui virtù antidiabetiche sono note da secoli nella medicina popolare e in quella ayurvedica ma che anche studi più recenti le confermano. Infatti diversi studi hanno dimostrato che assumere momordica in modo regolare per almeno 6 mesi, aiuta ad abbassare i livelli di glucosio nel sangue e contribuisce a migliorare la tolleranza al glucosio stesso.

Grazie al crescente numero di campagne di sensibilizzazione e ad una maggiore cura da parte del consumatore nella scelta dei prodotti, il ritorno ad una certa qualità e naturalità del prodotto alimentare sta segnando una vera e propria inversione di tendenza dei consumi. Non si parla solo di abitudini a tavola, ma soprattutto di alimenti di veloce consumo come snack utili nello sport, nello studio e nei periodi di stress. Queste sono solo alcune semplici attenzioni di lungo periodo sui livelli glicemici come prima risposta sopratutto nei periodi di maggiore sollecitazione dell’organismo.

 

Dott.sa Elena Maria Atzori

 

DiElena Maria Atzori

Basta un poco di zucchero…

“Nel 2030 il diabete diventerà la settima causa di morte”, previsione non certo rosea rilasciata  dall’OMS su questa patologia in continua diffusione nel mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove solo nel 2012 i decessi causati dal diabete sono strati circa 1,5 milioni. Numeri non certo confortanti, secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, in Italia i pazienti affetti da diabete di tipo 2 sono il 5,5% della popolazione, ossia più di 3 milioni; a questo numero, già elevato, si aggiunge un altro milione di persone, a cui però non è mai stato diagnosticato.

Che cos’è il diabete?

Il diabete è una malattia metabolica cronica causata dagli alti livelli ematici di glucosio causati dall’incapacità del nostro organismo di produrre l’insulina necessaria a stimolarne l’assunzione nelle cellule muscolari e adipose. Attualmente la comunità medico-scientifica riconosce l’esistenza di tre grandi tipologie di diabete: il mellito di tipo 1, di tipo 2 e il gestazionale.

La prima è la variante più grave, fortunatamente meno diffusa e che si sviluppa prevalentemente a partire dall’infanzia o dall’adolescenza. Si tratta di  una patologia autoimmune in cui il sistema immunitario riconosce come “estranee” le cellule del pancreas che producono l’insulina determinando conseguentemente l’aumento degli zuccheri nel sangue.

Il diabete mellito di tipo 2 invece, è la forma più diffusa interessando quasi il 90% dei casi, si sviluppa circa dai 40 anni di età e colpisce sopratutto soggetti obesi o in sovrappeso. Tale patologia ha origine da due difetti che possono coesistere o presentarsi separatamente ossia la produzione insufficiente d’insulina o l’incapacità di questo ormone di agire correttamente.

Infine,con diabete gestazionale si intende l’aumento della glicemia rilevato in gravidanza, condizione che si verifica in circa l’8% delle donne incinte. Generalmente questo tipo di diabete è “limitato” al periodo della gravidanza e in genere scompare al termine di quest’ultima , tuttavia le donne che ne hanno sofferto possiedono un rischio aumentato di sviluppare diabete mellito di tipo 2 in età avanzata.

Diabete di tipo 2: un nemico molto diffuso

Il diabete mellito di tipo 2 è di gran lunga il tipo di diabete più diffuso (interessa il 90% dei casi), le cui cause vanno ricercate in fattori ereditari ed ambientali. Attraverso studi approfonditi si è evidenziato che esiste un fattore di trasmissione ereditario, non ancora ben chiarito, che espone alcune popolazioni o addirittura alcune famiglie a tale patologia. All’ereditarietà si affiancano aspetti caratteristici della persona quali l’obesità: le cellule hanno bisogno di glucosio per espletare le loro funzioni vitali e tanto maggiore il numero di cellule da alimentare tanto maggiore sarà il fabbisogno d’insulina. Va da se che nelle persone in eccessivo sovrappeso o obese l’insulina prodotta non è sufficiente.

Stress, vita sedentaria e la coesistenza di alcune malattie ricadono nell’elenco dei fattori ambientali scatenanti la patologia in quanto esse impongono al pancreas un lavoro aggiuntivo poiché aumentando il fabbisogno di glucosio e quindi di insulina. Qualora il pancreas fosse indebolito da una predisposizione ereditaria al diabete, queste cause accelerano l’insorgenza del disturbo. Anche l’età gioca il suo ruolo, infatti l’invecchiamento dell’organismo si riflette sulla funzionalità di tutti gli organi, non ultimo il pancreas che, invecchiando, non è più in grado di rispondere prontamente alla richiesta di insulina ricevuta.

Inoltre non bisogna sottovalutare alcuni fattori di rischio che rendono alcune persone più predisposte di altre a sviluppare il diabete mellito di tipo 2 fra i quali i principali sono:
– Inattività fisica.
– Ipertensione (pressione arteriosa sistolica maggiore o uguale a 140 mmHg e\o pressione arteriosa diastolica maggiore o uguale a 90mmHg)
– Colesterolo HDL (minore o uguale a 35 mg/dl)
– Trigliceridi (maggiori o uguali a 250 mg/dl)

La persona affetta da diabete di tipo 2 è quindi generalmente una persona della seconda o terza età, con un peso superiore a quello ideale, spesso con parenti di primo grado diabetici. Poichè i sintomi non sono generalmente evidenti come nel diabete di tipo 1 e per questo spesso  ignorati la scoperta del diabete di tipo 2 può avvenire in modo del tutto casuale, ad esempio durante un check-up.
La diagnosi di questa forma di diabete, pertanto, può essere anche molto tardiva (mesi o anni) e per questo motivo, è facile riscontrare al momento della diagnosi la presenza di complicanze in stato avanzato. Per maggior chiarezza elenchiamo alcuni dei sintomi tipi del diabete di tipo 2  ossia:
– sensazione di stanchezza,
– frequente bisogno di urinare anche nelle ore notturne,
– sete inusuale,
– perdita di peso improvvisa e immotivata,
– visione offuscata e lenta guarigione delle ferite.

Dott.sa Elena Maria Atzori