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DiElena Maria Atzori

Miele: oro per la nostra salute

Il miele è un prodotto naturale magnifico, l’alimento più adorato dal famoso orsacchiotto Winnie the Pooh, amato da grandi e piccini.

Questo meraviglioso nettare, considerato uno dei più antichi alimenti dell’umanità per millenni ha rappresentato l’unico alimento zuccherino concentrato disponibile. È un alimento che non necessita di conservanti ed è immediatamente assimilato dall’organismo umano.

La preziosità di questa sostanza zuccherina prodotta dall’Apis Mellifera non è ceramente una scoperta recente, anzi, è databile a circa 10.000 anni fa. In passato il miele era molto utilizzato in medicina per curare disturbi digestivi e per creare unguenti da applicare sulle ferite e sulle piaghe. Gli Egizi apprezzavano così tanto il miele da depositarlo nelle tombe dei faraoni in vasi ermeticamente chiusi, tant’è che quando sono stati aperti, più di 4.000 anni dopo, il miele si era perfettamente conservato e non aveva perso le sue proprietà organolettiche.  Il popolo romano utilizzava il miele come conservante alimentaredolcificante e per la preparazione di bevande alcoliche l’idromele. Nella medicina ayurvedica il miele è utilizzato per la sua azione purificante, afrodisiaca, dissetante, vermifuga, antitossica, regolatrice, refrigerante, stomachica, cosmetica, tonica, leggermente ipnotica e cicatrizzante.

I pregiati componenti nutritivi del miele

Il 70-80% della composizione del miele è rappresentata dagli zuccheri, in particolare da fruttosioglucosio. Il primo è lo zucchero il componente principale con un potere dolcificante superiore allo zucchero raffinato ed è un’ottima fonte di energia per l’organismo (anche se non bisogna esagerare!). Circa il restante 20% del miele è composto da acqua e tra lo 0,1 e l’1% da acidi organici importanti per il corretto funzionamento di molte funzioni fisiologiche e minerali(potassio, zolfo, sodio, calcio, fosforo, magnesio, silicio, ferro, rame e manganese, responsabili anche della colorazione del miele). In genere i mieli scuri sono più ricchi di sali minerali, mentre quelli chiari ne sono poveri. Nel miele troviamo anche piccole quantità di vitamine (alcune vitamine del gruppo B, vitamina C, D e E).

Caratteristiche che fanno la differenza

L’elenco non finisce qui: il miele ha la fama di essere un prodotto dalla lunghissima conservazionegrazie alla presenza di sostanze battericide (acido formico) e antibiotiche (germicidina). Ovviamente, affinché si conservi perfettamente necessita di qualche attenzione in quanto sono possibili alterazioni dovute a umidità, luce, calore.La temperatura influenza l’aroma e i principi nutritivi, quindi è meglio conservarlo al fresco(a temperature inferiori ai 20 °C) e tenerlo in recipienti scuri o al chiuso, lontano dalla luce diretta. Inoltre il miele è igroscopico, ossia assorbe l’umidità e gli odori dell’ambiente, ed è per questo che i contenitori dove viene conservato dovrebbero essere a chiusura ermetica.

Il colore dipende dalla presenza di pigmenti vegetali e varia in base alla specie botanica da cui deriva il nettare. Tra le sostanze “coloranti” ci sono carotenoidi, xantofille, flavonoidi, antociani mentre l’aroma del miele è dovuto a sostanze volatili come alcoli, aldeidi, chetoni, esteri, eteri e altre ancora.

Miele e salute dei più piccoli

I pediatri suggeriscono di non somministrare il miele ai bambini al di sotto dei 12 mesi di età per il rischio, anche se raro, di contaminazione da botulino. Infatti nel miele grezzo non pastorizzato possono essere presenti le spore del Clostridium Botulinum la cui tossina è responsabile di gravi danni neurologici fino all’insufficienza respiratoria.

Dopo il primo anno, però, il miele viene in soccorso nel trattamento della tosse, e può essere usato nel controllo della tosse notturna e nei disturbi del sonno a essa associati. D’altronde tutte le nonne ci insegnano che, per alleviare tosse e mal di gola, non c’è niente di meglio di una tazza di bevanda calda con un cucchiaino di miele. Rimedio fondato, grazie all’azione battericida del perossido di idrogeno presente in piccola parte nel miele.

Ma attenti a non generalizzare perché non tutti i mieli sono uguali e, per esempio, esistono mieli con una maggiore capacità antibatterica/disinfettante di altri. Il miele di Manuka, derivante da certe specie di Leptospermum presenti in Nuova Zelanda e Australia, e conosciute rispettivamente come Manuka e Mirto australiano, ha un’attività antibatterica che sembra derivare da un componente chiamato metilgliossale.

Effetti benefici per tutti

Va menzionato l’effetto benefico del miele su alcune ferite come ulcere gastriche, ulcere ai piedi di origine diabetica, ustioni e piaghe. Il miele è in grado inoltre di creare un ambiente umido adatto alla guarigione senza promuovere la proliferazione batterica.

Il miele è inoltre un ottimo coadiuvante nei casi di stipsi in quanto la forte concentrazione di fruttosio ha un blando potere lassativo. In particolare, il fruttosio ha un’azione osmotica provocando un afflusso di acqua nell’intestino che facilita l’evacuazione delle feci.

Complici la sua azione antinfiammatoria e antibatterica, il miele può essere utilizzato anche percontrastare la comparsa di brufoli e acne. Lo sa bene la casa cosmetica Nuxe che del miele ne sfrutta tutte le sue proprietà per detergenti, scrub e gommage ideali per eliminare le cellule morte.

Ma, nonostante le evidenti proprietà salutari del miele, non dimentichiamo che è un alimento e non un farmaco multifunzionale! Ben venga quindi l’utilizzo del miele in famiglia, via libera alla fantasia di mamma e papà per utilizzarlo come sostituto dello zucchero bianco raffinato in frullati, dolci e biscotti fatti in casa, ma la regola del buon senso resta sempre la padrona.

Dott.sa Elena Maria Atzori

DiFilippo Spinosa

Mia carie, non ti temo!

L’igiene orale è un atto quotidiano a cui sono chiamati tutti, dal bambino all’anziano portatore di protesi, per il mantenimento di un cavo orale sano e libero da fastidiose complicazioni e patologie.

Quando non si effettua una corretta igiene orale, quindi i denti non sono ben puliti, si possono formare le carie dentarie, infiammare le gengive, insorgere piccole lesioni nella mucosa, produrre sgradevoli odori oppure in casi estremi arrivare alla perdita di elementi dentali.
Quindi tramite una corretta igiene orale teniamo lontani i batteri e garantiamo una migliore salute ai nostri denti e alla nostra bocca.

COME POSSIAMO INTERVENIRE QUOTIDIANAMENTE PER UNA CORRETTA IGIENE ORALE?

Innanzitutto buona norma sarebbe quella di provvedere allo spazzolamento dei denti almeno 2 volte al giorno o al massimo alla fine di ogni pasto.
La scelta dello spazzolino a setole morbide, medie e dure o le dimensioni della testina deve ricadere esclusivamente sullo stato fisiologico dei denti e delle gengive.
Se la scelta dello spazzolino può risultare più semplice quella del dentifricio lo è un pò meno. Oggigiorno il mercato ci propone un’ampia gamma di prodotti che in gran parte dei casi creano molta confusione portando il cliente ad acquistare il dentifricio sulla base di una scelta economica anziché sulle caratteristiche e quindi optando per quello sbagliato.
Proviamo ad illustrare una serie di casistiche a cui corrispondono ausili più adatti:

GENGIVE ARROSSATE E SANGUINANTI

Il sanguinamento delle gengive è provocato da un’infiammazione del tessuto gengivale (conosciuta come “gengivite“) che, se non curata tempestivamente, può portare ad un aggravamento della situazione evolvendosi in patologie più gravi (parodontite e infezioni).
Nella maggior parte dei casi il modo migliore per prevenire la comparsa di emorragie gengivali consiste in un’adeguata igiene orale, eseguita con uno spazzolino a setole morbide (Meridol, Sensodyne, Taumarin, Gum, Spazzolino di Bamboo) affiancato da dentifrici poco aggressivi e specifici per gengive sanguinanti (Parodontax, Forhans, Sensodyne classico, Meridol).
Per favorire una corretta igiene orale, prevenendo la formazione di placca sul colletto gengivale, può risultare utile aggiungere allo spazzolino e al dentifricio specifico un appropriato collutorio(Parodontax, Gum sensitive, Meridol, Forhans medico, Elmex), atto a rinforzare le stesse gengive anche dall’attacco degli zuccheri e dei grassi idrogenati presenti nella dieta e il filo interdentale per un’accurata pulizia negli spazi più stretti.

SENSIBILITÀ AL CALDO E AL FREDDO

L’ipersensibilità al caldo e al freddo è un sintomo molto comune ed è dovuto all’esposizione delladentina, che è la struttura portante del dente ed è fisiologicamente sensibile, perché attraversata da tubuli che contengono fibre nervose.
Tra le abitudini da adottare per evitare l’insorgere di situazioni di sensibilità dentale la principale è una corretta igiene orale eseguita con spazzolamenti circolari e non troppo vigorosi, dentifrici specifici che rinforzano lo smalto (Sensodyne Repair) e ne riparano lo strato minerale (Regenerate) e collutori atti a stabilizzare l’effetto del dentifricio e a garantire uno stato di maggiore pulizia del cavo orale (Curasept).

DENTI DEBOLI E PREVENZIONE CARIE

Se i denti rappresentano un fattore determinante per la nutrizione dell’essere umano, anche la dieta può agevolare o compromettere l’integrità di questi organi.
La complicazione più frequente è di certo la carie dentaria.
Numerosi alimenti consumati quotidianamente contengono zuccheri che possono essere trasformati in acidi sotto l’azione di batteri cariogeni della placca dentale.
L’attacco degli acidi può demineralizzare lo smalto dei denti causando delle lesioni cariose iniziali che possono evolvere fino alla formazione di una cavità.

Le principali cause di carie sono le seguenti:

– regime alimentare ricco di zuccheri, compresi quelli contenuti negli alimenti cosiddetti sani; carenza di apporto quotidiano di fluoro topico; igiene orale inadeguata o errata;

– flusso salivare scarso.

È possibile quindi ridurre notevolmente i fattori di rischio tramite un’igiene orale condotta utilizzando prodotti specifici atti a garantire un apporto minerale quotidiano adatto al l’integrità dello smalto dentale (Sensodyne Pro Smalto) e a neutralizzare gli acidi dello zucchero (Elmex protezione carie).

ALITOSI

Avere l’alitosi è imbarazzante, lo sappiamo.

L’alito cattivo, o alitosi, è causato principalmente dall’accumulo di batteri responsabili del cattivo odore nel cavo orale. L’accumulo di batteri deriva spesso da una superflua igiene orale quotidiana. Il risultato è la formazione di placca batterica intorno alla linea delle gengive e nella parte posteriore della lingua.
Altre cause dell’alito cattivo sono le scelte alimentari, una crescita batterica notturna (durante il sonno), lo stress e la disidratazione.
Per ridurre al minimo gli effetti sgradevoli dell’alito cattivo possono risultare utili alcuni piccoli accorgimenti durante la pulizia del cavo orale:
Spazzolare i denti almeno 2 volte al giorno con dentifrici che neutralizzano le sostanze che producono il cattivo odore (Meridol Halitosis);
Usare regolarmente il filo interdentale per prevenire l’accumulo di residui di cibo e la conseguente formazione di placca;
Iniziare la giornata con un collutorio che elimina i germi responsabili dell’alito cattivo (Curasept, Listerine, Meridol Halitosis, CB12);
Usare un pulisci lingua per pulire quella patina bianca prodotta dalla flora batterica per prevenire l’alitosi e migliorare l’igiene orale (Gum, Tepe).

 

OralB Spazzolini Elettrici

INGIALLIMENTO DEI DENTI

Nonostante un’attenta e accurata igiene orale quotidiana a volte i denti possono cominciare a ingiallirsi.
Generalmente succede che lo smalto dentale, rivestimento che ricopre esternamente il dente e che ha la colorazione bianca, si va consumando e lascia visibile la dentina che è la sostanza che si trova tra lo smalto e il dente e che ha un colore giallastro.
Le cause responsabili di questo problema possono essere svariate:

– alcuni cibi, soprattutto quelli più acidi, possono contribuire all’erosione dello smalto;

– il fumo, ricco di nicotina e catrame, e il caffè, contenente caffeina, possono risultare abitudini nefaste contenendo sostanze in grado di depositarsi sulla superficie dei denti promuovendone l’ingiallimento;

– l’assunzione di farmaci contenenti tetracicline, o alcuni tipi di antibiotici, possono cambiare il colore del nostro sorriso dandogli una colorazione tendente al grigio o al marrone;

Utilizzare prodotti cosiddetti sbiancanti possono indebolire lo smalto essendo in alcuni casi troppo aggressivi e a tal proposito corrosivi. Attenzione quindi alla dicitura “whitening” riportata su molte confezioni e scegliere esclusivamente quelli che lavorano rimuovendo le macchie in modo delicato aiutando a conservare il bianco dei denti ( Elmex sensitive whitening, Aloefresh pasta sbiancante, Aloefresh Smile, Blanx).

Accanto a una buona igiene orale quotidiana, eseguita con i giusti prodotti a seconda delle specifiche e nei modi appropriati, è opportuno ricordare che un controllo frequente, almeno ogni 6 mesi, dal proprio dentista di fiducia è sempre buona norma per il mantenimento della nostra bocca in ottima forma.

NOVITÀ

Abbiamo parlato largamente dell’importanza dei collutori per l’igiene orale, ma è doveroso sottolineare l’arrivo sul mercato di un prodotto veramente innovativo. Lionellobio è una linea di 2 collutori che variano per necessità del consumatore per un’igiene orale quotidiana ottimale e per gengive irritate.
Si tratta di collutori enzimatici ed integratori funzionali per la protezione di denti, gengive e mucose, altamente efficace e concentrato.
Ogni ingrediente è stato accuratamente selezionato per le sue specifiche caratteristiche:

– gli ingredienti naturali e gli attivi concentrati contribuiscono a ripristinare l’equilibrio dell’intero ecosistema orale;

– gli enzimi naturali contenuti nella sua formula reintegrano le difese naturali della bocca fornendo una protezione quotidiana.

A differenza dei collutori più comuni la loro azione non termina alla fine dello sciacquo. Una delle caratteristiche fondamentali dei collutori Lionellobio è che sono stati formulati con una densità maggiore rispetto agli altri collutori. La maggiore capacità di aderire alle mucose orali permette una permanenza prolungata dei principi attivi nella bocca e un’azione più efficace.

Dott. Filippo Spinosa

DiElena Maria Atzori

Il diabete e lo zucchero

In caso di diabete contenere il consumo di zuccheri è fondamentale. Vediamo con cosa sostituirlo…

Il diabete è un disturbo molto più diffuso di quanto si pensi. In Italia più di 3 milioni di persone sono affette da diabete di tipo 2 mentre sembra che 1 milione di persone soffra di diabete senza avere una diagnosi. Inoltre è stato calcolato che 2,6 milioni di persone abbiano difficoltà a mantenere la glicemia nella norma, una condizione che può preludere allo sviluppo della malattia.
Con questi dati alla mano è ovvio che sia importante contenere il consumo di zuccheri e, laddove possibile, sostituire il classico zucchero bianco(costituito da saccarosio) con altre sostanze naturali.

Con cosa sostituiamo lo zucchero?

Le sostanze naturali che possono essere sostituite allo zucchero sono diverse. Tuttavia non è detto che certi alimenti o edulcoranti possano essere usati senza controllo. Il miele, ad esempio, è spesso usato in alternativa allo zucchero ma è bene ricordare che il carico glicemico delle due sostanze è simile. Il fruttosio, zucchero naturalmente presente nella frutta ed altri alimenti, è spesso usato come dolcificante ma anche in questo caso il dosaggio deve essere basso per evitare che abbia gli stessi effetti dello zucchero tradizionale. Altre sostanze a basso indice glicemico, ma che vanno comunque consumate con estrema moderazione sono: lo zucchero di canna, il succo d’agave e il succo d’uva.
Invece le sostanze che sono più indicate (ma che vanno comunque assunte dopo aver consultato il medico) a causa del loro basso indice glicemico sono:

– la saccarina: ha un potere edulcorante superiore di 300-500 volte rispetto a quello del saccarosio. Il nostro organismo non metabolizza la saccarina e, di conseguenza, è un dolcificante privo di calorie. Gli studi hanno dimostrato che non provoca carie ed è stabile alle alte temperature, di conseguenza può essere utilizzato anche negli alimenti che richiedono la cottura in forno. A differenza di altri dolcificanti, ha un retrogusto amaro che può rappresentare un fattore limitante per il consumo.

– l’aspartame: dolcificante artificiale più noto, con un potere edulcorante 180 volte superiore al saccarosio. Considerato l’elevato potere dolcificante bastano bassissime dosi e di conseguenza l’apporto calorico è pressocchè nullo. L’ FDA (Food and Drug Administration) ha classificato l’aspartame come sostanza sicura, e anche l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha dato parere favorevole, ciò nonostante la comunità scientifica è molto divisa in merito e non sono pochi gli studi discordanti sugli effetti sulla salute di questo dolcificante. Ad oggi l’uso di aspartame è controindicato nei pazienti con Fenilchetonuria, una malattia metabolica ereditaria potenzialmente grave.

– il ciclamato: a differenza di altri dolcificanti come ad esempio la saccarina, non presenta alcun retrogusto se non a
dosi particolarmente elevate. Il potere dolcificante è circa 30 volte quello del saccarosio. Può essere utilizzato anche in cottura e la dose giornaliera massima è fissata a 7 mg/kg di peso corporeo. In Italia è commercializzato sia sotto forme di compresse che in soluzione acquosa. Si sconsiglia l’utilizzo di ciclamato nelle persone che stanno seguendo dei regimi iposodici.

– il sucralosio: dolcificante artificiale con un potere edulcorante di ben 600 volte superiore rispetto a quello del saccarosio. Anche se alcuni studi hanno evidenziato delle possibili ripercussioni negative sulla salute (alterazione della secrezione ormonale, riduzione dei batteri buoni nell’intestino e un abbassamento dell’effetto terapeutico dei farmaci), secondo l’EFSA il sucralosio è sicuro e secondo l’ente, i dati disponibili non supportano le conclusioni degli autori. D’altro canto, la sicurezza del sucralosio è stata dimostrata da un gran numero di ricerche.

– la stevia: sostanza di cui sentiamo parlare sempre più spesso, ma che cos’è? Stevia è il nome comune con cui viene indicato l’estratto di una pianta, la Stevia rebaudiana, diffusa in particolare in Sud America e Asia. Si tratta di un dolcificante naturale e non calorico, molto più dolce dello zucchero. L’estratto in polvere delle foglie è il prodotto più facilmente reperibile e si trova in erboristeria, farmacia e supermercato. Avendo potere calorico e indice glicemico nullo, la stevia può essere introdotta nell’alimentazione del paziente diabetico perché, diversamente dal saccarosio, la sua assunzione non determina la comparsa di picchi glicemici.

 

Dott.ssa Elena Atzori

 

 

DiElena Maria Atzori

Alimentazione: una cura essenziale per il diabete

Scopriamo l’importanza di un’alimentazione sana e di uno stile di vita corretto per trattare in maniera efficace il diabete.

Prima di parlare dei rimedi naturali che possono aiutare nel trattamento del diabete occorre specificare e sottolineare che questa è una malattia grave che, come tale, dev’essere trattata in maniera efficace con un’adeguata terapia farmacologica e con uno stile di vita corretto.

Un alimentazione eccessiva e squilibrata rispetto alle effettive necessità determina un aumentato fabisogno di insulina, costringento il pancreas a produrre maggiori quantita di questo ormone che a volte può risultare insufficente portando cosi all’insorgenza della patologia. E’ dunque evidente che una corretta alimentazione e un sano stile di vita rappresentano la cura essenziale per il paziente diabetico. Infatti una dieta sana e controllata aiuta a tenere monitorati i livelli di glucosio, grazie ad un corretto apporto alimentare di nutrienti necessari alla salute.

In particolare la dieta del diabetico, e più in generale per un corretto regime di prevenzione, ha due priorità. La prima riguarda la riduzione dell’assunzione di zucchero semplice, a rapido assorbimento, come saccarosio e glucosio, a favore di zuccheri complessi a lento assorbimento come gli amidi. La seconda è rappresentata  dalla regolarità, ossia mantenere in equilibrio l’assunzione di questi due zuccheri al fine di evitare  accumuli improvvisi e conseguenti sollecitazioni per l’organismo chiamato allo smistamento del surplus nutritivo.

In una dieta a lungo periodo, per prevenire e controllare i sintomi, l’attenzione deve essere focalizzata sulla qualità dei nutrienti e la presenza di fibre, vitamine e sali minerali. Si tratta quindi integrare la dieta con alimenti naturali che sostengono nel momento di maggior sforzo e contribuiscono all’equilibrio necessario per l’organismo. In questo senso i cibi che aiutano l’organismo sono le verdure a foglia verde (es. cavoli, lattuga, spinaci) e i semi (lino, zucca, girasole, chia, sesamo, canapa) che oltre a mantenere stabili i livelli di glucosio sono anche fonti preziose di proteine e sali minerali come il magnesio, il ferro e il cromo. Le fibre invece le troviamo nei cereali intetegrali come l’avena, la quinoa, il miglio e l’amaranto  e anche in alcune alghe come le kelp e la spirulina. Inoltre si ritiene che possano avere effetto ipoglicemizzante anche spezie come la cannella, il coriandolo, il pepe nero, la curcuma e l’origano. Infine una piccola menzione va dedicata alla momordica (Solgar Fito-Glucose FactorEsi NoGlic), frutto noto anche come “zucca amara”, le cui virtù antidiabetiche sono note da secoli nella medicina popolare e in quella ayurvedica ma che anche studi più recenti le confermano. Infatti diversi studi hanno dimostrato che assumere momordica in modo regolare per almeno 6 mesi, aiuta ad abbassare i livelli di glucosio nel sangue e contribuisce a migliorare la tolleranza al glucosio stesso.

Grazie al crescente numero di campagne di sensibilizzazione e ad una maggiore cura da parte del consumatore nella scelta dei prodotti, il ritorno ad una certa qualità e naturalità del prodotto alimentare sta segnando una vera e propria inversione di tendenza dei consumi. Non si parla solo di abitudini a tavola, ma soprattutto di alimenti di veloce consumo come snack utili nello sport, nello studio e nei periodi di stress. Queste sono solo alcune semplici attenzioni di lungo periodo sui livelli glicemici come prima risposta sopratutto nei periodi di maggiore sollecitazione dell’organismo.

 

Dott.sa Elena Maria Atzori

 

DiElena Maria Atzori

Basta un poco di zucchero…

“Nel 2030 il diabete diventerà la settima causa di morte”, previsione non certo rosea rilasciata  dall’OMS su questa patologia in continua diffusione nel mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove solo nel 2012 i decessi causati dal diabete sono strati circa 1,5 milioni. Numeri non certo confortanti, secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, in Italia i pazienti affetti da diabete di tipo 2 sono il 5,5% della popolazione, ossia più di 3 milioni; a questo numero, già elevato, si aggiunge un altro milione di persone, a cui però non è mai stato diagnosticato.

Che cos’è il diabete?

Il diabete è una malattia metabolica cronica causata dagli alti livelli ematici di glucosio causati dall’incapacità del nostro organismo di produrre l’insulina necessaria a stimolarne l’assunzione nelle cellule muscolari e adipose. Attualmente la comunità medico-scientifica riconosce l’esistenza di tre grandi tipologie di diabete: il mellito di tipo 1, di tipo 2 e il gestazionale.

La prima è la variante più grave, fortunatamente meno diffusa e che si sviluppa prevalentemente a partire dall’infanzia o dall’adolescenza. Si tratta di  una patologia autoimmune in cui il sistema immunitario riconosce come “estranee” le cellule del pancreas che producono l’insulina determinando conseguentemente l’aumento degli zuccheri nel sangue.

Il diabete mellito di tipo 2 invece, è la forma più diffusa interessando quasi il 90% dei casi, si sviluppa circa dai 40 anni di età e colpisce sopratutto soggetti obesi o in sovrappeso. Tale patologia ha origine da due difetti che possono coesistere o presentarsi separatamente ossia la produzione insufficiente d’insulina o l’incapacità di questo ormone di agire correttamente.

Infine,con diabete gestazionale si intende l’aumento della glicemia rilevato in gravidanza, condizione che si verifica in circa l’8% delle donne incinte. Generalmente questo tipo di diabete è “limitato” al periodo della gravidanza e in genere scompare al termine di quest’ultima , tuttavia le donne che ne hanno sofferto possiedono un rischio aumentato di sviluppare diabete mellito di tipo 2 in età avanzata.

Diabete di tipo 2: un nemico molto diffuso

Il diabete mellito di tipo 2 è di gran lunga il tipo di diabete più diffuso (interessa il 90% dei casi), le cui cause vanno ricercate in fattori ereditari ed ambientali. Attraverso studi approfonditi si è evidenziato che esiste un fattore di trasmissione ereditario, non ancora ben chiarito, che espone alcune popolazioni o addirittura alcune famiglie a tale patologia. All’ereditarietà si affiancano aspetti caratteristici della persona quali l’obesità: le cellule hanno bisogno di glucosio per espletare le loro funzioni vitali e tanto maggiore il numero di cellule da alimentare tanto maggiore sarà il fabbisogno d’insulina. Va da se che nelle persone in eccessivo sovrappeso o obese l’insulina prodotta non è sufficiente.

Stress, vita sedentaria e la coesistenza di alcune malattie ricadono nell’elenco dei fattori ambientali scatenanti la patologia in quanto esse impongono al pancreas un lavoro aggiuntivo poiché aumentando il fabbisogno di glucosio e quindi di insulina. Qualora il pancreas fosse indebolito da una predisposizione ereditaria al diabete, queste cause accelerano l’insorgenza del disturbo. Anche l’età gioca il suo ruolo, infatti l’invecchiamento dell’organismo si riflette sulla funzionalità di tutti gli organi, non ultimo il pancreas che, invecchiando, non è più in grado di rispondere prontamente alla richiesta di insulina ricevuta.

Inoltre non bisogna sottovalutare alcuni fattori di rischio che rendono alcune persone più predisposte di altre a sviluppare il diabete mellito di tipo 2 fra i quali i principali sono:
– Inattività fisica.
– Ipertensione (pressione arteriosa sistolica maggiore o uguale a 140 mmHg e\o pressione arteriosa diastolica maggiore o uguale a 90mmHg)
– Colesterolo HDL (minore o uguale a 35 mg/dl)
– Trigliceridi (maggiori o uguali a 250 mg/dl)

La persona affetta da diabete di tipo 2 è quindi generalmente una persona della seconda o terza età, con un peso superiore a quello ideale, spesso con parenti di primo grado diabetici. Poichè i sintomi non sono generalmente evidenti come nel diabete di tipo 1 e per questo spesso  ignorati la scoperta del diabete di tipo 2 può avvenire in modo del tutto casuale, ad esempio durante un check-up.
La diagnosi di questa forma di diabete, pertanto, può essere anche molto tardiva (mesi o anni) e per questo motivo, è facile riscontrare al momento della diagnosi la presenza di complicanze in stato avanzato. Per maggior chiarezza elenchiamo alcuni dei sintomi tipi del diabete di tipo 2  ossia:
– sensazione di stanchezza,
– frequente bisogno di urinare anche nelle ore notturne,
– sete inusuale,
– perdita di peso improvvisa e immotivata,
– visione offuscata e lenta guarigione delle ferite.

Dott.sa Elena Maria Atzori

DiDott. Sebastiano Iannacchione

Le ricette, queste sconosciute…

Nel giro di pochi anni l’aspetto burocratico delle prescrizioni si è notevolmente complicato.

L’introduzione della ricetta dematerializzata, l’estensione della distribuzione per conto asl, l’introduzione di piani terapeutici normali e on-line, ha complicato non poco la situazione.

C’è poi un altro problema, se mediamente i medici di base sono piuttosto aggiornati nellanormativa vigente, non è purtroppo sempre così per gli specialisti, che, forse giustamente, sono più attenti alla gestione sanitaria del paziente.

Il problema è che questo, unito ad una scarsa informazione fornita ai pazienti si risolve in un caos che a volte finisce con lasciare i pazienti senza copertura farmacologica a meno di non pagare i farmaci di tasca propria.

Allora abbiamo deciso di provare a mettere un po’ di chiarezza ed aiutare a districarvi in questo campo piuttosto complesso.

Partiamo dalle definizioni: la ricetta è il documento che consente al farmacista la dispensazione al paziente della maggior parte dei farmaci in commercio. La ricetta è ovviamente indispensabile, soprattutto per tutelare il paziente, la sua presenza presuppone infatti la valutazione del medico e l’opportunità di ricorrere al farmaco.

Ricette SSN e ricette normali

Possiamo dividere le ricette in due grandi gruppi: ricette del servizio sanitario nazionale ericette normali.

Quest’ultime siamo stati abituati a chiamarle “ricette bianche”, anche se ora in realtà con l’introduzione delle ricette dematerializzate anche quelle della mutua sono stampate su carta semplice (bianca quindi).

Per quanto riguarda queste ricette comunque la gestione è abbastanza semplice. Si possono distinguere in:

–                    Ricette ripetibili: vengono riconsegnate al paziente dopo che il farmacista ha apposto timbro data e prezzo praticato all’atto della dispensazione del farmaco. La validità è di 6 mesi o 10 dispensazioni (salvo farmaci più particolari come gli ansiolitici la cui ricetta vale 30 giorni o 3 dispensazioni) esclusa la data di prescrizione.

–                    Ricette non ripetibili: vengono ritirate dal farmacista all’atto della dispensazione del farmaco e hanno la durata di 30 giorni esclusa la data di prescrizione.

La difficoltà principale di queste ricette, per il paziente almeno, sta nel capire se si tratta di farmaci con ricetta ripetibile o meno. Ovviamente è solo l’esperienza che può aiutarvi in queste cose, oppure ovviamente potrete chiederlo ad un farmacista.

Le ricette SSN

La ricetta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) invece è quella che permette la dispensazione dei farmaci a carico del servizio sanitario stesso. La caratteristica fondamentale di queste ricette è che possono esser prescritte solo da medici ospedalieri o convenzionati con il servizio sanitario (i cosiddetti medici della mutua)

Ci sono diversi tipi di ricetta, ma le più comuni sono due:

–                    la classica ricetta rossa: prescritta sul ricettario regionale in carta filigranata. Ha una durata di 30 giorni, conteggiati a partire dal giorno successivo a quello di prescrizione, e può essere utilizzata solo nella regione di appartenenza del medico prescrittore, indicata sulla ricetta stessa.

Questa ricetta è stata in larga misura soppiantata dalla dematerializzata, resta ancora utilizzabile in casi di necessità da parte del medico o nella prescrizione di determinati tipi farmaci (ad esempio farmaci in distribuzione per conto Asl o farmaci per la terapia del dolore).

–                    la ricetta dematerializzata: ha sostituito la ricetta rossa in quasi tutte le prescrizioni e viene redatta su un normale foglio di carta in formato A5.

Viene generata da un sistema informatico in modo tale da rendere tracciabile immediatamente tutto il suo percorso. Il sistema genera un promemoria cartaceo che può esser spedito su tutto il territorio nazionale, grande vantaggio questo rispetto alla classica ricetta rossa, sempre però entro 30 giorni (data di prescrizione esclusa).

Attenzioni a questi 30 giorni perché non equivalgono ad un mese. La ricetta dematerializzata è uno strumento estremamente fiscale e spesso mi capitano pazienti con una ricetta ad esempio datata 15 Maggio che vengono il 15 giugno convinti di poterla ancora utilizzare, ma i 31 giorni del mese di Maggio fissano la scadenza della ricetta al 14 Giugno!

Oltre a permettere un risparmio di costi di gestione (la carta su cui vengono stampate le ricette rosse è infatti filigranata, quindi ha un costo decisamente superiore), queste ricette permettono al paziente di pagare solo una piccola parte del costo del farmaco ma per poter dire quanto dobbiamo considerare prima un fattore: se il farmaco prescritto ha già il generico in commercio, oppure no.

Ticket e differenza con il generico

Nel primo caso il SSN rimborsa un importo concordato per ogni specialità, importo che generalmente coincide col costo del generico che quindi può esser preso senza pagare altro. Nel caso in cui il paziente decidesse di acquistare il farmaco originale resta a suo carico la differenza di prezzo tra il costo del farmaco originale e il prezzo riconosciuto dal SSN.

Ne consegue quindi che ogni prodotto con generico paga una cifra diversa.

In questi casi eventuali esenzioni del paziente, fossero anche totali, non implicano una diminuzione del prezzo da corrispondere (salvo esenzioni particolari come quelle per invalidi di guerra o comunità terremotate)

Per i farmaci senza generico invece tornano in campo le esenzioni. Possiamo quindi distinguere 3 tipi di ricetta in base alle esenzioni: non esentiesenti parziali ed esenti totali.

Le prime pagano ticket di due importi: 2,5€ a confezione se il farmaco costa meno di 5€, 4€ a confezione invece per i farmaci il cui costo supera i 5€.

Le ricette con esenzione parziale pagano rispettivamente 1€ e 2€, sempre a seconda del costo delfarmaco. Queste esenzioni oltre a permettere il pagamento di un ticket ridotto offrono un altro vantaggio: permettono la prescrizione di 6 scatole dello stesso farmaco per ricetta, contro le due confezioni per messe negli altri casi.
Le ricette con esenzione totale invece non pagano ticket.

Attenzione, la gestione dei ticket è regionale, quindi gli importi di cui sopra valgono per la regione Lazio. In altre regioni le cose possono esser diverse.

La distribuzione per conto ASL

Una menzione a parte vorrei farla per i farmaci in distribuzione per conto ASL. Si tratta di una serie di farmaci un po’ particolari ed in genere di costo abbastanza elevato, per i quali è stato deciso una sistema di distribuzione più articolato. Questi devono esser prescritti su una ricetta rossa classica.

Quando la ricetta viene portata in farmacia il farmacista provvede ad ordinare alla asl il prodotto richiesto utilizzando i codici della ricetta. Il prodotto infatti di base non può esser presente in farmacia, ed arriva in mezza giornata con una confezione con stampigliata la dicitura “confezione ospedaliera”.

Prima accortezza riguarda la tipologia di farmaci prescritti su quella ricetta: non si possono prescrivere farmaci in DPC e farmaci non in DPC sulla stessa ricetta, o meglio una ricetta così compilata obbliga alla scelta tra uno dei due farmaci e il ritorno dal medico per avere la prescrizione dell’altro prodotto.

Il problema ovviamente nasce dal fatto che di base un paziente non sa il farmaco che gli è stato prescritto è in distribuzione normale o per conto asl.

Il piano terapeutico

Altra problematica relativa a queste ricette nasce quando il farmaco previsto necessita di un piano terapeutico. Per piano terapeutico si intende un documento redatto dallo specialista, che certifica che il paziente deve utilizzare un determinato farmaco per un determinato periodo e secondo un determinato schema posologico (il numero di somministrazioni giornaliere).

Attenzione però perché alcuni di questi piani terapeutici hanno vincoli temporali stringenti: in alcuni casi il paziente ha a disposizione una o più scatole per 30 giorni di tempo, e se nell’arco di questi 30 giorni il paziente non la prenota con una ricetta e provvede a ritirarla, la confezione non sarà più recuperabile, creando un problema dal punto di vista dell’aderenza terapeutica.

Il mio consiglio è quello di fare due chiacchiere con il vostro farmacista di fiducia per chiarirsi un po’ le idee perché spesso ho notato nei pazienti, viene consegnato loro un calendario con gli intervalli senza dal loro altre indicazioni, e questa totale mancanza di informazione rischia di generare problemi più complessi da risolvere.

Con questo ho cercato di mettere un po’ di chiarezza nel mare magnum della normativa delle ricette. Ci sono però tutta una serie di casi particolari, o di ricette più complesse che non avrebbe senso trattare in questa sede.

Vi ricordo, inoltre, che online è possibile acquistare solamente farmaci senza obbligo di prescizione, SOP ed OTC, presso farmacie online autorizzate dal Ministero della Salute come la nostra. Diffidate da qualsiasi sito online che offra farmaci con ricetta, la pratica è assolutamente illegale.

Dott. Sebastiano Iannacchione

DiDott. Sebastiano Iannacchione

Colesterolo alto: quando e come intervenire.

Alti livelli di colesterolo sono ormai una problematica molto diffusa, facciamo allora un pò di chiarezza su cosa sia il colesterolo…

Alti livelli di colesterolo sono una di quelle problematiche con cui, nella società di oggi, spesso dobbiamo confrontarci, e che è assolutamente necessario contrastare per evitare malattie come ictus ed infarti.

Cerchiamo prima di tutto di fare chiarezza su cosa sia il colesterolo.

Si tratta di una delle sostanze prodotta del fegato, presente in tutte le cellule, dove riveste un ruolo fisiologico importante. E’ infatti il punto di partenza per la sintesi di molti ormoni, come pure della produzione di vitamina D, ed inoltre è un costituente di membrane cellulari e alcuni tessuti.

E’ quindi importante sottolineare che il colesterolo è fondamentale per l’organismo, ma certo non deve eccedere determinati valori.

Il valore normale di colesterolo totale nel sangue, quindi la somma di HDL ed LDL, dovrebbe essere inferiore a 200mg/dl, sopra questo valore il rischio cardiovascolare aumenta sensibilmente.

Ma cosa sono HDL e LDL?

Il colesterolo è ovviamente insolubile nel sangue, e quindi viene trasportato legandosi a due lipoproteine specifiche: le LDL e le HDL (Low e High Density Lipoprotein). Le prime, il cui valore ematico nella quotidianità viene chiamato colesterolo cattivo, distribuiscono il colesterolo a tutti gli organismi, le seconde invece, il cosiddetto colesterolo buono, rimuovono il colesterolo in eccesso riportandolo al fegato.

Il problema dell’eccesso di colesterolo nasce dal fatto che le LDL, quando superano una certa soglia, tendono a depositarsi sulle pareti interne delle arterie determinando aterosclerosi, ovvero l’irrigidimento e il restringimento dei vasi.

Il colesterolo alto

L’ipercolesterolemia, è legata nella maggior parte dei casi ad abitudini alimentari e stile di vita sbagliati. Quindi ancora una volta ci tocca ribadire che la prevenzione dobbiamo farla facendo attenzione a cosa mangiamo e come viviamo, cercando sempre di introdurre un minimo di attività fisica per non rendere troppo sedentaria la nostra vita. Per quanto riguarda l’aspetto alimentare bisognerebbe limitare i grassi, e cercare anche di sostituire quelli saturi (burro, formaggio, insaccati) con quelli insaturi (con pesce ed olio d’oliva ad esempio). Sono da ridurre anche l’assunzione di dolci, alcool ed fumo. Attenzione: limitare il consumo non vuol dire demonizzare i grassi, anche questi hanno la loro importanza, come abbiamo visto per il colesterolo, e non possono mancare in una dieta bilanciata. Si più concludere che i nutrienti vanno assunti tutti, ma sempre nelle giuste quantità.

L’uso di farmaci e integratori nel trattamento del colesterolo

Non sempre però è sufficiente controllare l’alimentazione per abbassare il colesterolo, soprattutto quando i valori sono abbondantemente sopra la norma, anche perché ci sono delle condizioni di ipercolesterolemia non legate ad un fattore alimentare.

In questi casi bisogna quindi intervenire in altro modo. Ovviamente quando il livello, e conseguentemente il rischio, è troppo alto bisogna ricorrere al medico che se lo riterrà necessario prescriverà un’opportuna terapia farmacologica. Solo una piccola nota riguardo la classe di farmaci più utilizzata nel trattamento delle ipercolesterolemie. Uno degli effetti collaterali caratteristici di questi farmaci è l’insorgenza di crampi, generalmente dopo qualche tempo dall’inzio del trattamento.

Questo problema pare esser legato alla diminuzione della concentrazione plasmatica di coenzima Q10, quindi associare l’assunzione di questa sostanza al trattamento delle statine può aiutare a prevenire o a far recedere questi effetti collaterali.

Quando il livello di colesterolo non è però particolarmente alto si può intervenire anche in maniera più blanda utilizzando degli integratori. Se da una parte recenti studi hanno evidenziato che l’Omega 3 non ha effetti sulla riduzione dei livelli di colesterolo (che resta invece efficace nel controllo dei trigliceridi), resta ancora piuttosto utilizzata la Monacolina K, una fitostatina contenuta nel riso rosso fermentato. Anche l’EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) ha sancito che l’assunzione di 10mg al giorno di questa sostanza, sempre possibilmente in associazione con Coenzima Q10 mi sento di aggiungere proprio per quanto detto prima, ha una buona efficacia nel mantenere normali i livelli di colesterolo.

Dott. Sebastiano Iannacchione